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Interviste

Jonathan Arpetti intervista se stesso

Jonathan ArpettiD: Arpetti, si definisca!
R: Sono uno che scrive e legge e sbaglia e corregge e riscrive e rilegge.

D: Le idee migliori dove nascono?
R: Di solito in autostrada quando sono impegnato in un sorpasso, e devo subito scriverle. Spero mi vada sempre bene.

D: Scrittori si nasce o si diventa?
R: Senza saperlo, i primi trentacinque anni della mia vita mi sono preparato a fare lo scrittore. Parlavo poco, osservavo ogni cosa e prendevo appunti.

D: Scrivere è faticoso?
R: Scrivere è spesso una sofferenza, ma masochistica, perché mi piace.

D: Come ha imparato a scrivere?
R: Ho imparato a scrivere scrivendo.

D: Che consiglio darebbe a chi vuole scrivere il suo primo romanzo?
R: Per scrivere un romanzo basta sedersi e lasciare affluire sangue al cervello.

D: Cos’è scrivere?
R: È far luce nella propria mente. Ciò che non è ancora chiaro mentre lo pensi, lo diventa se scritto.

D: Quando giudica un suo lavoro pronto per essere pubblicato?
R: Quando si può rileggere.

D: Cosa pensa dei critici letterari?
R: Se i critici letterari avessero sempre ragione, saremmo davvero nei guai!

D: Fa più stesure?
R: Come faccio a sapere cosa voglio dire finché non vedo cosa ho detto? Ecco perché dei miei scritti faccio tante stesure.

D: Quando rilegge una sua pagina, a cosa fa più caso?
R: Per prima cosa agli errori, di qualsiasi tipo, ma se vuole sapere la cosa in cui mi ingarbuglio di più, è presto detto: le virgole. Non capisco se sono troppe o troppo poche, posso restare a fissarle per ore.

D: Blocchi, incubo della pagina bianca?
R: Ho trovato un sistema per girarci intorno: non scrivo in modo consequenziale ma procedo per salti. Il problema, alla fine, è far combaciare il tutto.

D: È stato difficile arrivare a farsi pubblicare?
R: Ho impiegato cinque anni, collezionando venti o forse trenta rifiuti, ma più che rifiutato mi sentivo rimosso. Ho abbandonato tutto. È stata mia moglie a trovare una casa editrice disposta ad investire su un esordiente.

Intervista a Radioattivi.mc.it
15/12/2010

Jonathan Arpetti è un giovane scrittore nato a San Severino Marche. Oltre a “I love Ju” ha pubblicato il romanzo “Fino alla fine del mondo” – da cui è stato tratto il lavoro teatrale “Rifrazioni” – e vari racconti su riviste locali e siti internet.

Nicola Candria dell’Istituto Professionale Ivo Pannaggi lo ha intervistato per noi…..

D: Come ti trovi nella tua nuova attività di scrittore?
R: Se fossi uno scrittore mi troverei sicuramente bene. Per ora sono soltanto un esordiente che non desidera altro che scrivere romanzi. La mia speranza è quella di continuare a viaggiare sulla strada che ho intrapreso, fino a percorrerla tutta.

D: Come ti è venuto in mente di scrivere un libro sulla Juventus? Ci puoi dire di cosa parla?
R: L’idea di scrivere un libro sulla Juventus è nata sette anni fa, subito dopo aver visto la Juventus (la mia squadra del cuore) perdere l’ennesima finale di Coppa dei Campioni contro il Milan. Perdere fa male, ma perdere ai calci di rigore e per di più contro una rivale storica come la squadra rossonera, è stata una mazzata incredibile, la delusione e sofferenza più grande di tutta la mia vita di tifoso. Avevo bisogno di un riscatto, di una rivincita, ma visto che non si poteva giocare di nuovo la partita, né tantomeno potevo scendere in campo io a dar man forte ai bianconeri, la cosa più naturale che mi è venuta è stata quella di scriverci un romanzo, così da modificare quell’evento per me negativo, in qualcosa di positivo. Oggi, quando ripenso a quella sfortunata partita, non mi vengono più le lacrime agli occhi, ma sono felice per il lavoro che ho realizzato.
I love Ju è un romanzo che racconta la storia di un grande amore. Anzi, due. Giacomo, supertifoso bianconero, è diviso a metà. Da una parte la Juventus, dall’altra la fidanzata Julia che, stanca del ruolo di comprimaria, gli lancerà un ultimatum. O lei o la Juve. O bianco o nero. Il tutto sullo sfondo delle due semifinali di Champions League del 2003 contro il Real Madrid e della finale contro il Milan.

D: Del tuo libro si è parlato molto anche alla radio… Che effetto ti ha fatto e soprattutto ti aspettavi questo successo?
R: Naturalmente l’interesse dei media mi fa molto piacere. Ricevere proposte di interviste (come del resto questa per radioattivi.mc.it) mi rende orgoglioso e mi da fiducia per il futuro. Ad essere sincero non mi aspettavo questo tipo di coinvolgimento, ma fa parte del gioco e in un certo senso è anche divertente.

D: Da un tuo libro è stato tratto anche uno spettacolo teatrale,cosa ne pensi di ciò?
R: Mentre scrivevo il romanzo Fino alla fine del mondo, mai avrei immaginato che qualcuno lo avrebbe trasformato in uno spettacolo teatrale. Invece è successo. Non nascondo che è stata una grande soddisfazione, che è diventata ancora più grande nel vedere il teatro pieno di spettatori che applaudivano soddisfatti. Un ricordo che mi porterò dietro per sempre.

D: Sei contento che alla presentazione del tuo nuovo libro ci sarà anche l’ex DG della juve Moggi?
R: Se posso dirla tutta, in questi giorni, più che contento, mi sembra di camminare “tre metri e mezzo sopra il cielo”. Non riesco ancora a crederci. Un’emozione grandissima, paragonabile, per un tifoso, alla conquista dello scudetto o della Champions League

D: Hai in mente di scrivere altri libri prossimamente?
R: Ho già iniziato a lavorare a un nuovo progetto, sempre legato al nome della Juventus. La mia idea sarebbe quella di scrivere una “trilogia bianconera”. Spero che il mio editore sia d’accordo e, soprattutto, che i lettori mi seguano numerosi.

Intervista a Punto radio
28/11/2007

D: Basta trovare il positivo in tutto e dove non c’è… non considerare il negativo: mi sembra un buon consiglio, ma come si fa a non considerare il negativo?
R: Credo non sia possibile, comunque questa mia frase non è una formula magica ma una provocazione , un invito alla riflessione, per cercare di eliminare la visione negativa che troppo spesso ci distrae da tutto ciò che ci circonda.

D: Sin da piccolo non dimostri nessun interesse per la letteratura e la scrittura in particolare, tendendo invece a correre dietro ad un pallone di cuoio e a ragazze in minigonna: cosa è successo ad un certo punto? Perché hai cominciato a scrivere?
R: E’ stato un processo inevitabile, un’altra tappa della mia vita. Cercavo delle risposte e la scrittura sta iniziando a darmele.

D: Tutti i più grandi scrittori hanno fatto mille mestieri: la scrittura ti ha aiutato a non alienarti nel lavoro?
R: Per me la scrittura è terapeutica, una specie di antidoto contro la routine quotidiana che tende a soffocarci.

D: Ci parli del tuo primo romanzo?
R: Fino alla fine del mondo è un romanzo intimo. C’è la vita e c’è la morte. E c’è un uomo divorato da un male incurabile. Nei suoi occhi si può leggere sofferenza e disperazione, ma andando più a fondo ci si imbatte in qualcosa di diverso, qualcosa di molto simile alla speranza. La speranza che, per forza di cose, diviene un sogno.

D: Qual è il tuo sogno più ricorrente?
R: Se devo essere sincero, non lo so. Non ricordo cosa sogno. Comunque fare lo scrittore di professione può essere un’idea.

D: Secondo te, gli scrittori possono ancora, in qualche modo, guidare questo gregge disperso e senza valori?
R: Credo che non siano mai stati una guida e mai lo saranno e questo è un peccato. Nel nostro paese si legge poco. Ci sono altre guide. Mi viene in mente la tv.

D: Attualmente, secondo me, nell’arte e nella comunicazione, si oscilla tra la crudeltà dell’iper-realismo e la vacuità dell’astrattismo autoreferenziale: quale può essere, per te, un giusto modo per comunicare il proprio privato agli altri?
R: Cercare di scrivere di se stessi, di ciò che si prova, ma senza esagerare, senza voler a tutti i costi apparire, dire qualcosa. Non siamo obbligati a raccontare storie.

D: Sul tuo sito, www.jonathanarpetti.com, leggendo l’auto-intervista, ho pensato che, forse, è necessario, oggi più che mai, non perdere mai di vista il colloquio con se stessi: cosa ne pensi?
R: Colloquiando con se stessi si imparano molte cose, ma bisogna essere sinceri fino in fondo.

D: Le tue idee migliori nascono in autostrada durante i sorpassi: scrivere, per te, significa, anche, superare gli ostacoli della vita?
R: Per me scrivere significa mettermi in gioco, rischiare, tirare fuori tutte le emozioni e questo credo che alla fine fortifica, e forse aiuta a superare qualche ostacolo in più.

D: Che rapporto hai con gli editori?
R: Per il momento buono, spero che continui così.

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